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1 giugno 2007

CHIUSURA BLOG

Questo blog chiuderà definitivamente lunedì 4 giugno, o qualora non fosse possibile chiuderlo, nulla verrà più aggiunto. Chi fosse interessato all'indirizzo del nuovo blog mi scriva in privato. Un saluto a tutti gli altri.




permalink | inviato da il 1/6/2007 alle 22:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

15 dicembre 2006

I diabolici nemici dello scrivente.

Lo scrivente incontra sul suo cammino molti nemici giurati. Seguiamo il percorso di colui che ha maturato il desiderio di mettersi a scrivere per farsi leggere. Incontrerà subito il primo nemico che gli sussurrerà nell'orecchio, satana che non è altro: "Sei totalmente libero, nella sintassi, nei significanti, nel connotato, nel denotato, nella fonetica. Puoi inventarti le parole". Allora, il debole, sedotto da questa promessa d'infinita libertà, e magari ricordando che anche d'Annunzio s'era inventato una parola ( Undulna) verrà sopraffatto dalla falsa ebbrezza di una libertà senza confini. Costui è facile riconoscerlo perchè ignora la punteggiatura, considerandola un meschino espediente tradizionalista per imbrigliare la sua creatività. La consecutio temporum diventa un fastidio per mammolette, usa delle parole l'aspetto connotativo al posto di quello denotativo, senza preoccuparsi minimamente che l'aspetto connotativo di un significato necessita di un contesto fluido che va creato. Della fonetica gli importa poco oppure molto, ed in entrambi i casi sbaglia. Se gli piace la parola "esiziale", magari andrà anche a vedere sul dizionario che cosa vuole dire, ma poi la userà come aggettivo per "trascendente", perchè trascendente va sempre bene, è così evocativo. Allora sarà un attimo leggere, nei suoi componimenti poetici frasi come: "Nell'acquoreo primordiale sidereo sconto un esiziale trascendente". Non spiegategli mai, che il significato di esiziale richiede un ambiente di opposti, mentre il trascendente in quanto tale ne è esente: potrebbe mettervi le mani addosso. Anche perchè concetti, come abbiamo visto, inesistenti, resi in questo modo, servono a persone infantili la cui urgenza di comunicare sconta l'esiziale errore di non voler ascoltare, oppure leggere.

Ma il cammino prosegue e il nostro eroe si rende conto di essere stato preso dai lacciuoli paralogistici del Satana degli scriventi. Si deprimerà e si comporterà in uno dei seguenti modi:

1) Ecco, non scriverò più niente. Sono troppo avanti per il mio tempo e comunque nulla serve a nulla. ( questa fase può durare da pochi mesi a sempre). Satana avrà raggiunto il suo scopo.

2) Si redimerà. Comprenderà che per la poesia sono necessari i significati, e che la resa dei medesimi si ottiene con suono e ritmo. Si doterà di significati e dopo averli denotati, eventualmente li connoterà, sceglierà suono e imporrà ritmo. Per la prosa imparerà la consecutio temporum, la pazienza, il fatto che scrivere di getto spesso è come l'eiaculazione precoce e cioè un problema psichico senza meno. Diverrà signore di principali, coordinate e subordinate, la sua punteggiatura diverrà rigorosa. Sarà contento della sua redenzione e lo declamerà ai quattro venti. Satana, a questo punto, gli si farà sotto sussurrandogli: " Ben fatto, my friend, ora fagliela vedere a quegli sfigati". Il nostro scrivente, ancora ignara preda dell'astuto demonio, si darà a comporre prosa in maniera rigorosa ma stucchevole, diverrà prigioniero delle forme e diverrà manieristico. Con questa seduzione, Satana, se prima l'aveva indotto ad una fallace libertà, ora gliela toglie del tutto, insieme al piacere autocratico del componimento. Questo attacco di Satana è terrbile: riduce lo scrivente ad un maestrino dalla penna rossa, senza fantasia nè stile nè sensibilità. Molti, in questa fase, giungono al capolinea.

Può darsi però che alcuni arrivino, soffrendo, a porre la tecnica al servizio della comunicazione e dei significati. In definitiva, che riescano, entro di sè a porre le cose nel giusto rapporto, e che dunque non siano più asserviti agli esercizi di stile. Subito Satana, allora, rendendosi conto del pericolo, fischietterà nell'orecchio del malcapitato: " Ok sei bravo ma, vedi, scrivi  sciocchezze, banalità, ti perdi nei particolari, sei una frana, il tuo racconto non ha nerbo nè sa volare alto. Non hai visione d'insieme nè architettura, nè lontananza" Qui, davvero, quasi tutti soccombono. E, soccombendo, maturano rabbia contro la sorte di essere arrivati ad un livello così elevato e ritrovarsi col popò nel ghiaccio. E' la depressione. Si reagisce in due modi tipici:

1) Coprolalìa ( Retropensiero: sì, non ho un cazzo da dire e me ne vanto ah-ah-ah. Reagiscono così quelli che scrivono per ottenere considerazione umana o addirittura affetto)

2)Bukowskyani ( Ho mangiato una mela. Poi, ho sputato i semi. Cazzo di semi. Mi vanno di traverso. Sempre. E ho i diverticoli. Ingollato acqua. Minerale. Misto terital sulla pelle. Da dimenticare. A domani.)

Quelli della reazione due sono l'evoluzione snob di quelli della reazione 1

Entrambe le reazioni vanno bene a Satana, che avrà ottenuto lo scopo di impedire l'espressione del proprio genuino punto di vista. Tutti ne hanno uno. Nessuno o quasi lo conosce e lo pratica.

Pochi eletti, dopo la fase depressiva, dopo aver catabolizzato tutti i dolori fomentati da Satana, cominciano un lungo viaggio di resa e giungono a scrivere, bene, quel che pare a loro quando pare a loro, depurati da ogni infantilismo e aspettativa, per aver riscoperto dentro di sè la fonte del piacere di scrivere, giuoco greve, osceno, utile, sublime, metafisico.

A questi rari, Satana tenterà un ultimo arrembaggio: " Ma perchè scrivi?"

Questi rari però, annulleranno Satana rispondendogli:" Perchè mi piace."




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13 dicembre 2006

In the mist dark figures move, and twist.

Freud nel suo "Psicanalisi infantile", introduzione di Fausto Antonini, Newton Compton, la chiama "Urszene", tradotto in "Scena primaria". E' quel che può accadere, e cioè che il bambino veda, oppure oda, oppure ricostruisca per induzione, per averlo visto fare dagli animali, scene dal coito dei genitori. Ciò può essere più o meno grave, come tutte le cose. Infatti un taglietto sull'indice può essere una cazzata, ma non se sono emofilico ( peculiarità interiore) o se la lametta è infetta di qualcosa ( peculiarità esteriore). Di norma, però, tende a confermare e ad impedire il superamento di una fase di sadismo che il bambino incontra prima dell'instaurarsi del complesso d'Edipo tra i 5,5 e 6,6. Un bambino non può interpretare se non come prevaricazione del più forte sul debole l'atto, confermato in questo dai gemiti, favorito in questo dall'oscurità parziale, irrigidito in questo se all'atmosfera movimentata e misteriosa della notte segue un giorno pieno di liti, rimostranze, giuochi di potere fra i genitori. Freud, disconfermando la vittorianità dell'Europa del tempo, fu il primo in occidente a conferire pulsioni libidiche al bambino, organizzate già dai 4 anni. E' noto il tracciato dello sviluppo libidico da orale ad anale, a fallico (genitale), e relative peculiari fissazioni. Un sadismo che si prolunghi nel tempo, intendo dopo i sei anni d'età, lascia sospettare che il bambino possa aver avuto a che fare con l'Urszene. Terreno preferito sono i piccoli animaletti: lucertole, criceti, tartarughine o addirittura insetti. Altra reazione specifica è la provocazione: il bambino diventa intrattabile, insopportabile, lamentoso e villano, oltre ogni attuale ed evidente causa. La ragione occulta del suo comportamento, ci racconta Freud nella pubblicazione di un suo famoso caso detto "L'uomo dei lupi" risiede  nel desiderio di essere trattato come la madre, posseduto dal padre, cui fa da controcanto la protesta narcisistica della sua virilità, identificata nel possesso del pene. Queste due istanze confliggenti ( essere posseduto dal padre, ma capire che per questo è necessario rinunciare al pene, e non essere disposti a rinunciarvi) detrminano il comportamento violento in cui desiderio e protesta si compongono nella diagonale dell'atteggiamento provocatorio e belligerante oltre ragione del piccolo. E' una questione di grado, come sempre: da omosex a nevrosi ossessiva di stile isterico a semplice atteggiamento svalutativo nei confronti delle donne che però non ne impedisce il godimento nè il trattarle con affetto. Tipico sintomo per cui soggetti che hanno subito la visione ( o ricostruzione induttiva, o sonora, o parziale) dell'Urszene ( che io preferisco tradurre con l'icastico "scena urticante", certo del vostro pieno consenso) è, ad un grado medio, quel fatto noto come isteria di conversione, in cui l'angoscia senza nome nè luogo ( nome e luogo d'un dolore appartengono ai processi superiori dello psichismo, insufficienti nel caso di angosce così precoci) chiede nome e luogo nel corpo. Ecco la paralisi di un arto ( altro caso di Freud) oppure la famigerata sindrome da colon irritabile. Bene, ho scritto un buon contenuto, in limine fra un'eccellente sintesi e l'incomprensibilità, e vi lascio leggero pensando a quello che voleva, in farmacia, dei preservativi, ritardanti per lui, urticanti per lei.




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21 novembre 2006

Siamo animali condizionati.

e, finchè siamo condizionati, non possiamo capire di non essere essenzialmente animali. Un giorno Pavlov prende un cane e gli dà una ciotola di cibo. Il cane mangia e mentre mangia Pavlov suona un fischietto. Dopo un lasso di tempo neanche troppo dilatato (40 gg mi pare) di questo trattamento, Pavlov suona il fischietto ma non porta il cibo: il cane gronda saliva anche senza cibo. Cioè il suo corpo secerne gli enzimi, preparandosi ad una digestione che non avverrà, perchè non c'è cibo. Poi Pavlov prende un bastone e dà una bastonata al cane: e mentre lo bastona suona una trombetta: il cane, ovviamente, guaisce di dolore. Dopo un lasso di tempo neanche troppo prolungato, Pavlov si limita a suonare la trombetta: il cane guaisce. Cioè il suo corpo si prepara ( guaito=spavento= secrezione di adrenalina) a qualcosa che non c'è, la bastonatura.

Infine, Pavlov prende il cane e, contemporaneamente, suona la trombetta e il fischietto: il cane sviene.

Ho 4 anni e sto pisciando: passa papà e, deridendomi, mi dice "Picio di gomma!" Oppure mi rimprovera per qualcosa. Mi sento vulnerabile al cospetto di papà. D'ora in poi, pisciare in piedi sarà per me un intollerabile disagio: mi sentirò in piena angoscia, scoperto. Piscierò per quanto possibile come le donne, col pisello protetto dalla tazza.
Sto disegnando, passa papà e mi dice: "Vai all'aria aperta a giocare al pallone, invece di disegnare come una femminuccia!" Smetto il disegno ed esco all'aria aperta, a giocare. Sto giocando, mi vede mamma dalla finestra e mi ingiunge:"Rientra o ti prenderai un malanno, non senti che freddo?". Il bambino rientra. La razionalizzazione che conseguirà dalle ingiunzioni arbitrarie dei genitori sarà: "Qualsiasi cosa io faccia è sbagliata". Da grande, percepirà la vita come una lunga serie di necessità imprescindibili, anche se odiose, da anteporre ai suoi desideri.
Sto guardando un fumetto, nella stanza insieme con papà e mamma. Papà sbotta: "E basta! Vai un pò a giocare al pallone!" Mamma insorge:" Non, lascialo sfogliare il fumetto, che male c'è?" Cosa farà il bambino? Obbedirà alla madre facendo torto al padre, o al padre facendo torto alla madre? Non obbedirà a nessuno dei due, bensì si bloccherà: sospenderà il giudizio; psichicamente, avrà uno svenimento. Se più ingiunzioni contraddittorie si manifestano lungo il tempo dei primi cinque anni di vita, avremo una psiche incline alla schizofrenia. Se più ingiunzioni contraddittorie si manifestano d'abitudine contemporaneamente, ecco un bambino che involverà nell'autismo. La stretta consequenzialità e l'assenza di sfumature intellettuali con cui ho narrato quanto sopra non sta a significare idolatria del sillogismo, nè una forzatura per ricondurre l'esperienza umana ad un sistema binario. Il mio intendimento era rendere che un bambino, nei primi cinque anni di vita, non può che ragionare in questa maniera. A seguire, nella maturità, potrà scegliere: o riconoscere che le razionalizzazioni e i voli pindarici dell'intelletto si strutturano a copertura di una struttura tanto semplice, oppure consegnare se stesso ad una vita priva di reale "presenza" interiore, con pressochè sicura tendenza a riprodurre sulla prole i danni che i suoi genitori hanno prodotto su di lui. A questo punto, è facile riconoscere tre tendenze:
1) Quelli che, come macchine, educano così come sono stati educati, e vai col liscio.
2) Quelli che si rendono conto di essere stati educati di merda e allora, per non rischiare di creare altro dolore, si vietano una prole. Ma non fanno un lavoro di autocoscienza per i più svariati motivi ( costa, risultato incerto, forse l'è tutta una cazzata, meglio gli psicofarmaci)
3)Quelli che si rendono conto di essere stati educati di merda e si rendono conto di comportarsi di merda e allora, prima di fare un figlio e rischiare di educarlo di merda, accettano la frustrazione ( e riconoscono l'importanza) di frequentare chi possa essere in grado di dar loro una mano qualificata.




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16 novembre 2006

Il santuario, la palude, la nutria, il pesce siluro.

Il santuario "Le Grazie" sorge sulla riva del fiume Mincio, vicino Mantova, sulla piazza d'un paesino chiamato Grazie. Fu fatto erigere tra il 1399 e il 1406 da Francesco 1° Gonzaga. Quivi riposa Baldesar Castiglione, quello del "Cortegiano". Sulla lapide, un epitaffio di Pietro Bembo. E un altro, rivolto alla moglie, dello stesso Baldesar:"Non ego nunc vivo coniunx dulcissima vitam". Paganità: dal soffitto della navata centrale pende un coccodrillo imbalsamato. Lo stilema è quello: si parli del lago Gerundo o della palude del Mincio, sempre di rettilaccio sconfitto grazie all'intercessione mariana si tratta. E' un archetipo: la salvazione dalle forze inferiori grazie alle istanze celesti della nostra anima, invocate con fede. Qui era un coccodrillo che infestava la palude e faceva scempio di barcaioli. Vintolo, eressero nel bel mezzo della palude un betìle, prima della costruzione del santuario.
Gli ex-voto adornano le balconate laterali: sembra un immenso teatro di pupi siciliani. Perchè si tratta di statue in gesso dai colori sgargianti, e mani e piedi in legno attaccati alle colonne, a testimoniare le parti del corpo graziate. Bertolucci ambientò qui una scena di Novecento: quando ad Attila-Sutherland vengono consegnati i soldi degli agrari padani. Prospiciente il santuario, un'ampia piazza, onorata dalla cronaca quando, il 15 agosto, si riuniscono i madonnari di tutta Europa: li ho visti, molti sono incapaci, altri bravi, ognuno ha uno spazio assegnato. Il decano dei madonnari ha dichiarato che vorrebbe morire accasciandosi sull'ultima madonna ben rifinita, e che le sue ossa le mettessero pure in un secchio. Poi, dietro la piazza, c'è l'imbarcadero della palude del Mincio. Io ci vado, nella palude, con una barchetta a motore elettrico. Sono 280 km di meandro, l'area umida misura otto km di lunghezza e circa due di larghezza. Ogni tanto scopri uno slargo, cui si accede per un pertugio, in cui dilagano meravigliose ninfee, e questa è l'attrazione luminosa. Di luminoso c'è inoltre l'airone cinerino, che, alla levàta, è di un'eleganza d'altri mondi. Tra parentesi: così, per pura provocazione, ho puntato un cigno che se ne stava ieratico sulla mia rotta. Ho dovuto scoprire che il cigno ha le palle quadre, infatti non solo non si è spaventato ma mi ha attaccato.  E poi c'è l'aspetto oscuro, il cancro della palude: l'infausta nutria. La nutria fa di nome scientifico Myocastor coypus ed in questo nome vi è la radice di tutti i mali che la stessa causa a paludi e coltivazioni. La nutria è stata importata dagli Stati Uniti per fare del suo manto la cosiddetta pelliccia di castorino. Poi, liberate o fuggite, si sono trovate in un ambiente senza predatori. Nel loro ambiente d'origine, ad esempio, sono predate dall'orso. Qui, invece,spopolano. Sono dei supertopacci di anche venti kg, vegetariani, anzi, vegani, che mangiano fogliame, canneti interi, e, all'occasione devastano frumento e mais. Ottime apneiste, le nutrie, per voracità e assenza di predatore trovano il loro corrispettivo subacqueo nel pesce siluro, anch'esso abbondante nella palude. Il pesce siluro può pesare anche attorno ai 150kg, fra le sue caratteristiche c'è che dà il voltastomaco ed è ricoperto da una patina di catarro grigio spessa un centimetro. Mangia di ogni, e anche le nutrie, ma solo quelle piccoline. Tu dici: se lo aggancio, sarà una lotta estenuante con un simile bestione, roba da ribaltarsi con la barchetta. Invece è remissivo: si arrende subito. Poi, i muscoli per tirare un quintale e mezzo di pesce in barca, sono certo i tuoi.




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31 ottobre 2006

La donna isterica.

Suzione del seno, controllo dello sfintere, sensazioni genitali: grossolanamente questa è la sequenza organizzativa dell'io, questi i tre step fondamentali, i driver. Aggettivi: orale, anale fallico. Perturbazioni dell'oralità danno dipendenza affettiva, bulimia, psicosi. Dell'analità l'avaro di Molière, l'avaro di sesso, l'ordinato e preciso, amante dell'autorità, il sadomasochista. Oralità ed analità e rispettivi perturbamenti sono applicabili indifferentemente a maschio e femmina. Poi, viene la genitalità e la differenziazione per genere sostanzia organizzazioni caratteriali specifiche a seconda del sesso. L'isteria è un perturbamento della genitalità femminile che si struttura tra i 4,5 ed i 5,5 anni d'età, allorquando la femmina rivolge le proprie attenzioni sessuali al maschio, al padre. Un padre infantile rimarrà molto turbato dalle profferte della bambina e la respingerà con decisione, forse addirittura incolpandola.

Ecco la genesi: la bambina si sente completamente rifiutata. Dirà: "Farò in modo di non aver più alcun desiderio di te". Sopprimerà il desiderio e stabilirà rancore verso il padre, ma anche competizione cieca con la madre, chè lei sì ha accesso al padre. Così, al più tardi entro i 6 anni d'età abbiamo una bella miniatura di donna isterica. Ecco come si comporta la donna isterica: da un punto di vista generico platealità verbale o posturale, teatralità comportamentale oppure gelo completo. Su questi apparenti poli si gioca la sua energia repressa.
Nello specifico: atteggiamento sessuale invadente, ai limiti del macchiettistico, che smaga il terrore di un contatto affettivo e sensuale autentico. ( qui si drammatizza e perpetua il terrore che la bambina ha provato sentendosi rifiutata).
Poi, tendenza a stimolare la caccia nel maschio, in una fase in cui reticenza e profferta si versano l'una nell'altra in un clima di grande ambiguità che snerva il maschio e lo rende cacciatore ed aggressivo.
Poi, resa e sottomissione. Si badi, non per amore o devozione, ma per odio. Infatti, la resa e la sottomissione hanno come scopo recondito di responsabilizzare totalmente il maschio per l'esito della relazione, sia affettiva che sessuale ( In questa fase, il retropensiero é : " Caro maschio, non mi hai voluta una volta ed io, umiliata ed offesa allora, ora mi disinteresso a te perfino nel momento in cui tu vuoi stare con me, te pensa quanto sono diventata autonoma!")
Poi, frigidità quasi completa, orgasmi solo con stimolazione clitoridea.
Poi, assenza totale di amiche, a fronte di un'apparente cordialità stucchevole.
Infine, stimmate corporee: corpo agile, spalle contratte, occhi terrorizzati con lucore glaciale, mascelle contratte, mimica del viso inesistente, in specie tra zigomo e mandibola, pallore.

E' una condizione terribilmente triste.




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23 ottobre 2006

Terribilis locus

"Posso aiutarla?"
"Sì, grazie, vorrei vedere una camera"
"Ha già qualche idea?"
"No, per la verità."
"Le chiamo il proprietario"
(viene il proprietario, baffone)
"Buongiorno, sono il commendatore."
"Piacere, come ho detto alla signora, vorrei vedere una camera."
"Bene, certo, mi segua, ha già un'idea dello stile?"
"No, no, proprio il mio letto è diventato inservibile e volevo farmi un'idea... anche dei prezzi"
"Certo, prendo il mazzo di chiavi e ci incamminiamo."
"Cominciamo con l'aprire questa porta, da qui si accede an un locale climatizzato."
"Per tutelare il legno?"
"No, quello è trattato, come dovrebbe sapere, con isolante e vernice".
"Ah."
"No, semplicemente ho notato come un medio grado di umidità contribuisca al mio relax, e così, dato che clienti speciali vengono raramente, mi sedo su quella poltroncina, resto in penombra e mi assento"
"Giusto."
"Ho ereditato tutto, tutto è ben avviato, tutto funziona alla perfezione. Ma vedo che osserva quella spinetta."
"E' appartenuta a Benedetti Michelangeli, buon amico della mia povera madre, mi segua per questo corridoio, meglio chiudere per bene la porta, sa, per l'umidità".
"Come si sente?"
"Bene, c'é davvero un clima ideale e questa penombra delicata mi fa dimenticare tutte le incombenze che mi ero dato per l'oggi."
"Ecco, non appena chiusa anche questa porta si tratterà di giungere in fondo al corridoio, dov'é la stanza delle camere, dietro l'ultima porta, che ho fatto costruire a tenuta stagna."
"Perché?"
"Cosa vuole, nella mia posizione, ho sempre molti cataloghi sulla scrivania, che vuole? Si prova, si sperimenta."
"Certo, non ci avevo pensato."
"Beh, non si angustii, un uomo della sua consistenza finanziaria non ha certo di che scegliere troppo."
"Questo é giusto."
"Questa é la porta, abbagliante nevvero? Mi dica, ne ha mai vista una così?"
"No, sono incapace di sogni sfrenati."
"Sono intarsi di madreperla che, combinati con la penombra e un diffusore semovente di luce posto all'interno della porta, sortiscono questo effetto... mi dica, ha mai visto un'aurora boreale?
"No perché.."
"E' uguale, mi creda".
"Le credo".
"Bene quel che sta oltre questa porta non é alla sua portata, io credo le convenga far riparare il letto sfondato."
"Pensavo a qualcosa di abbordabile, di facile a comprarsi".
"Si rende conto che ben due porte sono state chiuse alle sue spalle, porte robuste, di cui io ho le chiavi?"
"Sì, "
"Io, per mio gioco, potrei ucciderla e gettarla oltre questa porta, del resto io, che responsabilità ho? Ha visto quanti padiglioni ha la mia esposizione? E' immensa, e i sotterranei? Non può immaginare, oh non può immaginare. E' come, tutto ereditato, un grande acquario dove io nuoto e giuoco. Non devo fare nulla, l'acquario funziona da sé, é autonomo, io devo solo stare qua, stare bene, giocare. Non crederà..."
"Ma io ci credo."
"Mi faccia finire. Dicevo, sa che molte volte ho provato a forzare l'autonomia del mobilificio, con intensità ascendente?"
"Ah sì?"
"Sì, cominciai col non pagare per sei mesi i dipendenti: nessuno si lamentò, disponibili, gentili. Li spiavo per scorgere un conciliabolo nella stanza del caffé, ho messo dei microfoni, nulla. Non un'incrinatura nella voce, una contrattura alle spalle"
"Perché?"
"Che ne so, mio buon amico. Senta questa: una volta sono andato al primo livello sotterraneo, dove viene stoccato il legname, ed ho incendiato tutto. Poi sono corso fuori e mi sono messo in autostrada e ho guidato, guidato fino ad Annecy, dove ho fatto colazione. Pregustavo il ritorno, la mia disperazione, quella dei dipendenti. Semplicemente, quando sono tornato, era tutto a posto, perfettamente funzionante, con i clienti ordinari che andavano e venivano."
"Posso capire il suo disagio"
"E' per quello che se adesso le sparo, con ogni probabilità nessuno saprà mai nulla, i suoi cari non svolgeranno indagini, la mia dipendente scorderà il suo volto. Non ne ho uccisa mica una sola sa? E nulla cambia, nulla! Tutto, tutto ammonticchiato dietro questa meravigliosa porta!"
"Come può vedere, lei non mi fa la minima paura."
"E' vero, lei non mostra preoccupazione."
"Questo é perché lei non esiste, caro commendator Ancilla."
"Continui, la prego."
"Le potenze che l'invadono le fanno creder d'incidere il mondo reale, ma non é così, é solo un'incantazione."
"Le dico una cosa, ho sempre saputo che lei non aveva la minima intenzione di acquistare una camera."
"Davvero?"
"E che mobiliere sarei? Mia mamma é venuta su dal niente, e anch'io, gavetta caro mio, commesso!"
"Notevole, io sono venuto a dirle come fare per uscire dall'acquario autosussistente che l'imprigiona."
"Mi dica"
"Mi prenda la mano."
L'indomani, il commendator Ancilla e il suo nuovo misterioso amico, tenendosi per mano, accompagnavano un cliente ordinario dopo l'altro oltre le porte affiché nessuno che entrasse potesse, poi, uscire.




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19 ottobre 2006

And! What is cosmos?



Questa sera, durante una conversazione da marciapiede, sincopata, un tipo, brava persona ma agitata, mi si faceva sotto brandendo tutta una nomenclatura di grande interesse. Non potevo opporgli i pensieri che mi venivano, erano troppo impotenti, non l'avrebbero soddisfatto.
E così proponeva il saggio di Guy Débord "la società dello spettacolo". Débord diceva: "Lo spettacolo é capitale ad un livello tale di saturazione da divenire immagine". Bello noh?
E Baudrillard:" Il consumatore é un lavoratore che non sa di lavorare." Ancora meglio.
E Pasolini, allora, nel suo memorabile scritto corsaro "Acculturazione e acculturazione"?
O il meno conosciuto Giorgio Cesarano, quello che credeva alla rivolta del bios contro il capitale e che, per inciso, si é sparato?

Non é tutto evidente in quel terribile capolavoro che é "Salò, o le centoventi giornate di Sodoma?" Questo meraviglioso affresco che preconizza l'inversione? Tutto, in Salò, è inversione: la merda come cibo, la prevaricazione come amore, lo squartamento come nostalgia, Salò come falansterio.
La mia opinione personale é che tutto ciò sia cibo per gatti. Ecco un aforisma più pertinente alla realtà, sempre sul mio personalissimo cartellino. E' di Bataille: "Il consumismo attira solo gente vuota, ecco perché lamentarsene suona vuoto".
Ma scusate, se io voglio ammirare un cielo blu, devo uscire dalla cloaca oppure rimanerci ben confitto ad analizzare perché e percome puzza? Puzza, lo sanno tutti. This doesn't make any sense!
E poi, e questo aforisma e mio e me lo gestisco io: Essere contro presuppone sempre un'aderenza. Il livello successivo di una spirale é oltre l'anello inferiore.
E un altro, che mi é venuto adesso: Chi si somiglia si piglia e anche parapiglia.
E un altro, di Eutiche: l'indignazione è un peccato di potere (notevole, cioè tu t'indigni perché pensi che se avessi tu il potere faresti meglio).
Ecco, già questo detto di Eutiche reca un viatico vitale: guarda, dentro di te, quanta presunzione c'è, mascherata, quando t'indigni.
Epoché su quel che non fa per te, o Myein, oooooooh.




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1 ottobre 2006

Il pipistreelloo!

Conosco una donna che ha paura dei pipistrelli. E' più esatto dire che ha la fobia dei pipistrelli. La fobia è una paura ipostatizzata, cristallizzata, i cui effetti sono giocoforza sproporzionati rispetto al pericolo reale. Ad esempio: passeggio per strada ed un killer appostato sul tetto di un palazzo mi spara. Ma è un pessimo killer e la pallottola di disintegra sul muro al mio fianco, schizzando calcestruzzo sopra la mia testa. Realizzo che qualcuno mi sta sparando addosso e, colmo d'adrenalina, corro come un fulmine fin dietro l'angolo. Lì, riprendo fiato, e mi allontano in cerca d'aiuto. Ho provato paura: qui, la paura era una grande alleata, infatti ha permesso che mi volatilizzassi in un battibaleno mandando deserto l'infausto proposito dell'assassino. Se però, tutte le volte che passeggio per strada ho il sospetto che qualcuno voglia uccidermi con un fucile, o investirmi con l'auto, o semplicemente che uno, o tutti i passanti vogliano... malignamente... osservarmi, scrutarmi fin dentro ai visceri, commentare il mio passo, il mio abbigliamento, la mia postura, indovinare i miei disagi dalla luce che ho negli occhi. Se tutti mi sembrano giudicanti, ghignanti, ostili senza appello, giudici muti e sdegnati... allora io schizzerò per la strada a passi lunghi, quasi trattenendo il fiato, rigido come a prevenire un colpo della sorte. Com'è evidente siamo passati dal pericolo reale di un'aggressione reale, mortale, altra da noi, ad un senso d'aggressione traslato, simbolico, per niente reale, interiore. La fobia, uscendo ora dall'esempio, è come l'eco continuo di una paura reale che abbiamo avuta e che abbiamo interiorizzata, quasi sempre nell'infanzia, quasi sempre vissuta in rapporto ad uno dei genitori o educatori. E' una paura che ha provato una mente di magari quattro o cinque anni, ed ha reagito in maniera primitiva, come si conviene ad una mente tanto piccina. Oggi quella paura è irreale, noi siamo adulti, si è trasformata in fobia e ci rema contro, ci ostacola. Invece di goderci una passeggiata, ci sembra di passare sotto un tunnel di forche caudine, infinitamente lungo. Siamo in perdita, fosse solo dal punto di vista dell'energia fisica, poichè essere tesi costa. E' in ragione di quanto sopra che una fobia va analizzata, avvicinata non nel suo aspetto banalmente materiale ( quella ha paura di una specie di topolino volante) ma nel suo aspetto simbolico, cioè per quello che evoca. Terreno del simbolo è l'analogia, dunque bisogna osservare cosa evochi inconsciamente questo benedetto pipistrello, con le sue qualità, specificità, nonchè gli attributi culturali, mitologici, attribuiti al pipistrello. In primo luogo il pipistrello è un essere notturno, lunare, FEMMINILE. Di giorno pare non esistere, non si vede.Nel buio invece scorgi la sua traiettoria INCERTA, il baluginìo delle sue ali, lo svolazzo IMPREVEDIBILE. In più la cara amica precisa che SUA MADRE le ha detto che, se il pipistrello si attacca ai capelli, li artiglia così poderosamente da essere inestricabile e dover ricorrere quindi al taglio dei capelli. I capelli lunghi sono simbolo di femminilità libera, non soffocata nella sua espressione anche sessuale. Quante ragazze, anche relativamente giovani, dopo il matrimonio ricorrono ad un taglio di capelli se non corto, certamente più sobrio. Dunque il pipistrello, femminile, minaccia la FEMMINILITA'. Quindi, riassumendo, da quanto sopra è lecito supporre che la donna in questione abbia ricevuto dalla madre un'educazione al  ruolo del tutto incerta ed imprevedibile, al punto da renderle angosciante l'identificazione che consente l'assunzione del proprio ruolo sessuale. Queste considerazioni hanno trovato conferma da parte dell'interessata. Continuiamo: pur se di caratteristiche femminili, il pipistrello è di genere maschile ( non sembri una sorta di voltagabbana: ogni simbolo è per natura ambivalente, significando realtà al di là della dualità) ed è associato al mito del Vampiro. L'archetipo del vampiro è l'equivalente maschile delle personificazioni mitologiche di figure femminili divoranti: pensiamo a Circe, maliarda e di cuore freddo che seduce ma degrada l'uomo fino al suo aspetto più basso, bestiale, distogliendolo dal suo percorso evolutivo. In ambito germanico lo stesso tipo di femminilità divorante è rappresentato dalle Lorelei, mentre in ambiente islamico dalle Ghul: molti nomi per significare un femminile seduttivo, prevaricatore, vorace, imprigionante, carico d'illusioni. Il vampiro è per la donna quel che Circe, Lorelei, Ghul, sono per gli uomini: un genere di mascolinità remissiva, recriminante, arrendevole, seduttiva con giuochetti donneschi, con volontà ambigua, mai chiara nell'esposizione del proprio pensiero. Il genere di uomini che vengono attratti da donne che, per sopravvivere nel loro ambiente familiare, hanno dovuto in qualche modo mascolinizzarsi, o per obbedire ad un desiderio inconscio del padre, o, come sembra il caso di questa mia cara amica, per avere avuto una madre  a cui il marito non dava la minima sicurezza in nessun ambito e lei, giocoforza, dovette darsela, forzando la propria natura. Il vampiro è un maschio che vive di notte, immerso nell'elemento femminile, lunare. Non è morto, ma nemmeno è vivo: per non soffrire deve succhiare il sangue. Si badi bene: nel mito il vampiro che non succhi regolarmente il sangue non va incontro alla morte, bensì a dolori atroci, ad angosce fortissime, a desiderio struggente di sangue. Simbolicamente ciò dà conto di una natura che tende a sfruttare l'altro per calmare angosce che sono esclusivamente proprie: un modo di relazione parassitario, impari, infantile. Sull'onda della metafora, l'uomo vampiro toglie energia alla donna vittima per calmare i propri spasimi interiori: ma temporaneamente, presto avrà bisogno di una nuova vittima, il sangue di nessuna basterà mai. Il vampiro, sotto forma di pipistrello, bussa con le ali alla finestra della giovane dormiente. A lei basterebbe non aprire le imposte per scampare ciò che seguirà, ma fatalmente è lei stessa ad aprire le imposte. Entrato nella stanza, il pipistrello si trasforma in un fascinoso giovane uomo, all'apparenza aitante, nella realtà invece desideroso del sangue e non portatore di calore. Il vampiro ammalia con lo sguardo, con dolci parole, fuggevoli carezze, proprio come farebbe una fanciulla: è magnetico ed attraente, circonfuso di languidi sguardi, appare indifeso e bisognoso d'amore. La fanciulla cede ed è perduta, il vampiro se ne va, lasciandola svuotata. Ma chi è la fanciulla che apre la finestra per fare entrare il pipistrello? Proprio quella di cui abbiamo parlato prima: quella dalla femminilità in pericolo, quella che offre soccorso sperando di essere ripagata in affetto. Quella che o è incappata in un padre che voleva un maschio e ha cercato di mascolinizzarla, oppure in una madre virile e un padre dimesso e arrendevole, identificandosi traumaticamente con la madre virile. Per finire mi dico, come disse Amleto all'amico Orazio: "Vi sono in cielo e in terra, Orazio, assai più cose di quante ne sogni la tua filosofia".




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30 settembre 2006

Un des blanc-seings.


Questo è a parer mio uno dei quadri più espliciti di Magritte. Vi si tratta il rapporto forma-trascendente. Infatti, oscuramente, si intuisce come cavallo e cavallerizza abbisognino, per manifestarsi, del contrasto con gli alberi. Tuttavia, se l'indistinto sfondo sega il cavallo in parte anteriore e mediana, occultandone la continuità, ciò non accade nella parte posteriore che, per così dire, regge il confronto con l'indistinto sfondo e non ne viene assorbita. Un'interessante ambiguità.
Quel che pare dire Magritte ( o che pare abbia detto a me) è che il trascendente non può essere affrontato con le categorie discorsive ( Infatti l'ndistinto sfondo, come si vede, sia occulta sia permette che si manifesti il cavallo). Quindi, se da un canto la forma si precisa per contrasto in un sistema di forme ( i primi due tronconi del cavallo, quasi inscritti nei limiti dei tronchi retrostanti), tuttavia ontologicamente essa partecipa dell'indistinto sfondo (il trascendente). Quest'ultima giustapposizione è simbolizzata dalla parte posteriore del cavallo, che non è obliterata dall'indistinto sfondo. Infine, le forme dunque si palesano per distinzione in un sistema di visibili, ma SONO in virtù di un principio trascendente.




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