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Diario | Spazi silenziosi |
 
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1 ottobre 2006

Il pipistreelloo!

Conosco una donna che ha paura dei pipistrelli. E' più esatto dire che ha la fobia dei pipistrelli. La fobia è una paura ipostatizzata, cristallizzata, i cui effetti sono giocoforza sproporzionati rispetto al pericolo reale. Ad esempio: passeggio per strada ed un killer appostato sul tetto di un palazzo mi spara. Ma è un pessimo killer e la pallottola di disintegra sul muro al mio fianco, schizzando calcestruzzo sopra la mia testa. Realizzo che qualcuno mi sta sparando addosso e, colmo d'adrenalina, corro come un fulmine fin dietro l'angolo. Lì, riprendo fiato, e mi allontano in cerca d'aiuto. Ho provato paura: qui, la paura era una grande alleata, infatti ha permesso che mi volatilizzassi in un battibaleno mandando deserto l'infausto proposito dell'assassino. Se però, tutte le volte che passeggio per strada ho il sospetto che qualcuno voglia uccidermi con un fucile, o investirmi con l'auto, o semplicemente che uno, o tutti i passanti vogliano... malignamente... osservarmi, scrutarmi fin dentro ai visceri, commentare il mio passo, il mio abbigliamento, la mia postura, indovinare i miei disagi dalla luce che ho negli occhi. Se tutti mi sembrano giudicanti, ghignanti, ostili senza appello, giudici muti e sdegnati... allora io schizzerò per la strada a passi lunghi, quasi trattenendo il fiato, rigido come a prevenire un colpo della sorte. Com'è evidente siamo passati dal pericolo reale di un'aggressione reale, mortale, altra da noi, ad un senso d'aggressione traslato, simbolico, per niente reale, interiore. La fobia, uscendo ora dall'esempio, è come l'eco continuo di una paura reale che abbiamo avuta e che abbiamo interiorizzata, quasi sempre nell'infanzia, quasi sempre vissuta in rapporto ad uno dei genitori o educatori. E' una paura che ha provato una mente di magari quattro o cinque anni, ed ha reagito in maniera primitiva, come si conviene ad una mente tanto piccina. Oggi quella paura è irreale, noi siamo adulti, si è trasformata in fobia e ci rema contro, ci ostacola. Invece di goderci una passeggiata, ci sembra di passare sotto un tunnel di forche caudine, infinitamente lungo. Siamo in perdita, fosse solo dal punto di vista dell'energia fisica, poichè essere tesi costa. E' in ragione di quanto sopra che una fobia va analizzata, avvicinata non nel suo aspetto banalmente materiale ( quella ha paura di una specie di topolino volante) ma nel suo aspetto simbolico, cioè per quello che evoca. Terreno del simbolo è l'analogia, dunque bisogna osservare cosa evochi inconsciamente questo benedetto pipistrello, con le sue qualità, specificità, nonchè gli attributi culturali, mitologici, attribuiti al pipistrello. In primo luogo il pipistrello è un essere notturno, lunare, FEMMINILE. Di giorno pare non esistere, non si vede.Nel buio invece scorgi la sua traiettoria INCERTA, il baluginìo delle sue ali, lo svolazzo IMPREVEDIBILE. In più la cara amica precisa che SUA MADRE le ha detto che, se il pipistrello si attacca ai capelli, li artiglia così poderosamente da essere inestricabile e dover ricorrere quindi al taglio dei capelli. I capelli lunghi sono simbolo di femminilità libera, non soffocata nella sua espressione anche sessuale. Quante ragazze, anche relativamente giovani, dopo il matrimonio ricorrono ad un taglio di capelli se non corto, certamente più sobrio. Dunque il pipistrello, femminile, minaccia la FEMMINILITA'. Quindi, riassumendo, da quanto sopra è lecito supporre che la donna in questione abbia ricevuto dalla madre un'educazione al  ruolo del tutto incerta ed imprevedibile, al punto da renderle angosciante l'identificazione che consente l'assunzione del proprio ruolo sessuale. Queste considerazioni hanno trovato conferma da parte dell'interessata. Continuiamo: pur se di caratteristiche femminili, il pipistrello è di genere maschile ( non sembri una sorta di voltagabbana: ogni simbolo è per natura ambivalente, significando realtà al di là della dualità) ed è associato al mito del Vampiro. L'archetipo del vampiro è l'equivalente maschile delle personificazioni mitologiche di figure femminili divoranti: pensiamo a Circe, maliarda e di cuore freddo che seduce ma degrada l'uomo fino al suo aspetto più basso, bestiale, distogliendolo dal suo percorso evolutivo. In ambito germanico lo stesso tipo di femminilità divorante è rappresentato dalle Lorelei, mentre in ambiente islamico dalle Ghul: molti nomi per significare un femminile seduttivo, prevaricatore, vorace, imprigionante, carico d'illusioni. Il vampiro è per la donna quel che Circe, Lorelei, Ghul, sono per gli uomini: un genere di mascolinità remissiva, recriminante, arrendevole, seduttiva con giuochetti donneschi, con volontà ambigua, mai chiara nell'esposizione del proprio pensiero. Il genere di uomini che vengono attratti da donne che, per sopravvivere nel loro ambiente familiare, hanno dovuto in qualche modo mascolinizzarsi, o per obbedire ad un desiderio inconscio del padre, o, come sembra il caso di questa mia cara amica, per avere avuto una madre  a cui il marito non dava la minima sicurezza in nessun ambito e lei, giocoforza, dovette darsela, forzando la propria natura. Il vampiro è un maschio che vive di notte, immerso nell'elemento femminile, lunare. Non è morto, ma nemmeno è vivo: per non soffrire deve succhiare il sangue. Si badi bene: nel mito il vampiro che non succhi regolarmente il sangue non va incontro alla morte, bensì a dolori atroci, ad angosce fortissime, a desiderio struggente di sangue. Simbolicamente ciò dà conto di una natura che tende a sfruttare l'altro per calmare angosce che sono esclusivamente proprie: un modo di relazione parassitario, impari, infantile. Sull'onda della metafora, l'uomo vampiro toglie energia alla donna vittima per calmare i propri spasimi interiori: ma temporaneamente, presto avrà bisogno di una nuova vittima, il sangue di nessuna basterà mai. Il vampiro, sotto forma di pipistrello, bussa con le ali alla finestra della giovane dormiente. A lei basterebbe non aprire le imposte per scampare ciò che seguirà, ma fatalmente è lei stessa ad aprire le imposte. Entrato nella stanza, il pipistrello si trasforma in un fascinoso giovane uomo, all'apparenza aitante, nella realtà invece desideroso del sangue e non portatore di calore. Il vampiro ammalia con lo sguardo, con dolci parole, fuggevoli carezze, proprio come farebbe una fanciulla: è magnetico ed attraente, circonfuso di languidi sguardi, appare indifeso e bisognoso d'amore. La fanciulla cede ed è perduta, il vampiro se ne va, lasciandola svuotata. Ma chi è la fanciulla che apre la finestra per fare entrare il pipistrello? Proprio quella di cui abbiamo parlato prima: quella dalla femminilità in pericolo, quella che offre soccorso sperando di essere ripagata in affetto. Quella che o è incappata in un padre che voleva un maschio e ha cercato di mascolinizzarla, oppure in una madre virile e un padre dimesso e arrendevole, identificandosi traumaticamente con la madre virile. Per finire mi dico, come disse Amleto all'amico Orazio: "Vi sono in cielo e in terra, Orazio, assai più cose di quante ne sogni la tua filosofia".




permalink | inviato da il 1/10/2006 alle 4:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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